L'emergenza culturale

By giulio - Posted on 05 Luglio 2008

 


 

Ci sono, in Campania, accanto alle piú note emergenze ambientali, altre emergenze non meno gravi, se non addirittura molto piú preoccupanti delle prime. Una di queste, quella che racchiude in sé tutto il dramma della nostra disastrata regione, è l’emergenza culturale.

 Scriveva oggi su un quotidiano Luciana Libero: «a Napoli discutiamo su come ottimizzare la cultura, ma la regione è preda dell’incuria e dei barbari», sintetizzando quello di cui vogliamo discutere qui.

 

 

In particolar modo farò riferimento alla città di Caserta. Rifiuti, diossina, camorra. Ci siamo fatti un bel po’ di bella pubblicità ultimamente. Un amico spagnolo, vedendo un video su YouTube che mostrava in che città viviamo, esterefatto mi ha scritto: «Ma tu vivi lí?». Incredulità. È questo che provochiamo in chi vive in paesi civili, in cui i cittadini sono abituati a vedersi garantiti servizi ed efficienza da parte delle amministrazioni pubbliche. Ma il problema non è solo quello delle differenze abissali che possiamo riscontrare con i paesi del resto dell’Unione Europea; quello è un gioco al massacro, per noi. Il punto è che qui la differenza oramai è abissale anche con il resto dei paesi d’Italia. Non vogliamo essere sempre e a tutti i costi pessimisti; ma parliamoci chiaro, guardiamoci in faccia. A Caserta, e peggio nel resto della provincia, gli eventi culturali programmati sono macchine per far soldi e/o di creazione del consenso. Spesso mi sono ritrovato a dover fare delle riprese a persone che avevano organizzato sedicenti eventi culturali, e guardandole dal mirino della videocamera mi interrogavo sul perché stesse accadendo quella scena, in quale film dell’orrore mi fossi cacciato. Presi com’erano a rincorrere uno stentato italiano, e premurosi nel cercare di non dimenticar di citare con affetto nessuno dei fantastici sponsor.

 

 

Nessuna presunzione di superiorità, nessuna esibita saccenza. Qui si parla del fatto che «qualunque commerciante di tessuti, proprietario di agriturismo, notabiluccio locale, o sedicente artista si mette a organizzare con l’appoggio di qualche politico eventi né grandi né piccoli, ma pessimi», come dice ancora la Libero. Ognuno faccia quel che vuole, ma la cultura è un’altra cosa. La Pompei di questi giorni sui media, abbandonata manco fosse un garage in disuso, è solo la punta di un iceberg fatto di musei mai aperti, di quelli aperti e mai curati, di catalogazioni di beni mai fatte, di fondi che non ci sono, di opere trafugate nel silenzio piú assordante, di opere che stanno scomparendo per incuria, e di centinaia di migliaia di euro spesi per far sapere quant’è buona la mozzarella!

 

 

Nulla contro la mozzarella, cosidetto oro bianco di questa terra, e volendo neppure abbiamo nulla in contrario alle manifestazioni volte a promuoverne la bontà, dopo le catastrofi dei rifiuti e della diossina che ne hanno dimezzato le vendite. Ma questo è il paradigma di un territorio interessato a promuovere solo il bene che appare economicamente piú vantaggioso. In questo momento la mozzarella è un ottimo prodotto caseario proveniente da una regione semi-anonima se non per i suoi camorristi, i suoi rifiuti e le sue possibili malattie. Fare sistema significherebbe valorizzare i beni culturali di questa terra, cosí da far diventare la mozzarella un ottimo prodotto caseario proveniente da una splendida terra di arte e cultura. La Pompei di questi giorni, perlaltro ben nota ai campani da anni, è lo specchio che riflette molte situazioni simili se non peggiori. Restando per l’appunto a Caserta non possiamo che menzionare la Reggia, abbandonata a se stessa sotto gli occhi increduli dei turisti. Non possiamo non parlare dei musei mai aperti. Di quelli aperti e chiusi nell’arco di 48 ore perchè senza autorizzazioni… episodi kafkiani che la dicono lunga sulla gestione dei beni artistici e culturali di questa terra.

 

 

Ma oltre ai monumenti, ai musei e agli eventi organizzati per accrescere portafogli e carriere di pochi, bisogna anche analizzare l’altro aspetto della cultura in città. Quello fatto di un associazionismo troppo spesso riproduttore delle stesse malate dinamiche della politica del piacere, della clientela, volto a racimolare fondi, se non vera e propria longa manus di poteri politici. Bisogna menzionare la struttura urbana di una città sviluppatasi senza spazi sociali. I quartieri dell’edilizia o dell’ex-edilizia popolare sono cresciuti senza spazi aggregativi, se non quei pochi necessari a far passare le strade tra i palazzi. I pochi parchi costruiti sono cosí diventati la zona di nessuno utile per lo spaccio, o comunque luoghi in cui le persone non si sentono al sicuro. Proprio perchè al di fuori di una logica di comunità, quegli spazi non sono di nessuno; cosí nessuno li sente propri e nessuno li difende. Nel centro urbano non è che la situazione sia molto piú rosea. Molti centri aggregativi, tra i quali possiamo includere anche i bar, sono spariti. Le strade principali del centro storico sono considerate quelle dello shopping. Negozi. Solo negozi. Negozi che negli anni hanno visto accrescere la loro attività fino a divenire elementi predominanti, tanto da acquisire nuovi spazi allargando non solo la loro attività commerciale ma il loro peso politico e sociale nella città.

 

 

I luoghi dell’incontro, dello scambio, sono davvero pochi. Ridotti all’osso. Quelli conquistati “con la forza”, tipo il laboratorio sociale Millepiani di Falciano o l’ex-Canapificio di viale Ellittico, sono visti come elitari dalla maggioranza della popolazione, bollati come luoghi frequentati da persone con determinate caratteristiche sociali, siano queste di colore politico, di abbigliamento, di gusti musicali. Spesso poi anche il pregiudizio nei contronti di questi luoghi aggregativi conquistati con fatica e lavoro contribuisce a tener lontani i giovani dal frequentarli. Non vi è una mediateca, una biblioteca attrezzata con strutture moderne, un internet point, un caffè letterario. Quando si frequenta il mondo della cultura casertana si finisce col conoscere tutti. Ci si incontra in casa di qualcuno degli adepti o sempre nella solita sede pronta ad ospitare tutte le associazioni senza un tetto.

 

 

I cinema sono diventati i multicinema. L’unica sala al centro della città non ha un posto dove parcheggiare l’auto. Il parcheggio di piazza Carlo III non è considerato sicuro da frequentare di giorno, figuriamoci di notte. Poi però vengono a girare i film di Hollywood nella Reggia. Nessuno ne sa niente. La città non è coinvolta; e il Cinema, e quel poco di interesse culturale che poteva suscitare, se ne va cosí come era venuto. Nell’indifferenza piú totale. O meglio (o peggio) nella assoluta non consapevolezza di una città indaffarata a tirare a campare nonostante tutto. Facciamo i grandi eventi, quelli da migliaia di euro, che il bilancio è sempre in rosso. Ma la città non è pronta, e ad assistervi vengono da fuori. Da quei posti dove la cultura c’è e si vede.

 

 

Noi vogliamo promuovere la mozzarella, ma non bonifichiamo il territorio. Vogliamo promuovere il litorale domizio, ma le strade e i paesi da Mondragone a Castel Volturno sono peggio del West di Clint Eastwood. Vogliamo promuovere il turismo in città e lasciamo la Reggia chiusa il Primo Maggio e aperta con tutta l’incuria possibile durante il resto dell’anno. Vogliamo promuovere il turismo e non riusciamo a reagire a un gestore privato che decide di chiudere il parcheggio piú importante della città. Vogliamo promuovere la cultura e invitiamo il musical Cats a esibirsi per l’ultima volta nella sua storia a Caserta, e poi non abbiamo un posto dove i ragazzi possano andare a leggersi un libro, connettersi a internet o scambiarsi impressioni e opinioni sul mondo.

 

 

Siamo impantanati nel pantano da noi stesso creato, e non sembriamo in grado di venirne fuori. I posti chiave sono ancora nelle mani di vecchi burocrati troppo affezionati alle loro poltrone, e i giovani che con fatica e sacrificio hanno maturato esperienze e competenze nel mondo dell’università e del lavoro sono tenuti ai margini se non fuori dai giochi, e costretti all’emigrazione.

Le poche cose buone che si fanno sono opera di piccoli gruppi sparsi di volenterosi che vanno avanti come partigiani in una terra occupata.

 

 

Ma a noi interessa solo continuare a vendere la nostra mozzarella. Come diceva Sofia Loren: «Accattatavill’!!».

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