Perde il permesso di soggiorno. I figli costretti a non uscire di casa


By giulio - Posted on 29 Gennaio 2010

IL CASO. Mary è un’immigrata regolare. Vive a Castelvolturno, ma si ritrova implicata in una denuncia per un reato avvenuto in Toscana. Dove lei giura di non essere mai stata. E a un’intera famiglia cambia del tutto la vita. In peggio.
 
Lilian, Michael e Jonny (i nomi sono di fantasia, ndr) sono tre fratelli. Vivono a Castel Volturno, lungo la Domitiana, da sempre. Lei, la più grande, ha 18 anni, Michael invece diventerà maggiorenne a fine anno. Sono nati entrambi in Italia, ad Aversa, mentre il loro fratellino più piccolo, Jonny, ha visto la luce a Pozzuoli, 11 anni fa. La loro storia è la storia di Mary, la loro mamma, nigeriana, che nel 1990 segue il marito in Italia, dove lui si reca per lavoro, e dove concepirà i tre figli. Venti anni dopo il marito di Mary non c’è più, ha abbandonato la sua famiglia per tornare in Nigeria, e lei si procura da vivere vendendo abiti africani nei mercati. Uno dei pochi modi dignitosi per portare due soldi a casa da queste parti, dove a decine le donne africane finiscono vittime del racket della prostituzione.
 
Con le sole sue forze e i suoi sacrifici
, Mary senza più un marito, esposta dunque maggiormente al controllo sociale della comunità, è riuscita a garantire un tetto ai suoi figli, una casa in cui protegge il suo nucleo familiare, nella modestia, ma evitando che sua figlia, e i due maschietti, siano costretti a vivere in appartamenti super affollati, alzandosi all’alba per portare in giro mercanzia da vendere per le strade, o peggio, finendo vittime di chissà quale affare della malavita locale. I figli di Mary invece vanno a scuola, i primi due frequentano il liceo scientifico, mentre il più piccolo è ancora alle medie. Pur essendo nati in Italia, parlando italiano, e frequentando scuole italiane, i tre ragazzi non sono cittadini di questo paese, e non hanno neppure mai avuto il permesso di soggiorno. O meglio, un permesso di soggiorno per stare in Italia lo avevano, era quello della madre, che autorizzava anche loro a risiedere sul territorio italiano. Dal 2001 però le cose si complicano: a Mary viene contestato un concorso in ricettazione con alcuni italiani e qualche tunisino. Il reato sarebbe stato commesso a Pescia, un paese in provincia di Pistoia. Mary però nega di essere mai stata lì. Sta di fatto che da allora la richiesta di permesso di soggiorno è stata rigettata, e così lei e i suoi tre figli si ritrovano senza documenti. Al momento lo sportello immigrazione della Cgil di Caserta sta cercando di ottenere maggiori notizie in merito al caso giudiziario, e presto chiederà un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Espatriare i figli di Mary potrebbe significare infatti compromettere le loro condizioni psicofisiche.
 
Per ora però i tre ragazzi sono irregolari
, o meglio, clandestini, e per questo hanno paura. A scuola fino adesso hanno finto di avere tutte le carte in regola, ma evitano di legare troppo con i compagni di classe, di andare alle loro feste, o di invitarli a casa. Potrebbe essere rischioso. Evitano di andare in gita con la scuola, perché una volta fuori città potrebbero chiedergli i documenti, e temono così di subire il rimpatrio. Un paradosso. Essere rimpatriati in un Paese che non è la loro patria, di cui non parlano la lingua e di cui non sanno niente. Una volta terminato l’orario scolastico tornano subito a casa. Compiti e tv. Nessuna uscita. C’è una discoteca a Mondragone, dicono, dove ogni tanto vanno i loro amici, ma per poter entrare bisogna dimostrare di avere più di 16 anni, e quindi mostrare la carta d’identità, che ovviamente non hanno.
 
Così anche la discoteca diventa un sogno impossibile. Su una mensola di casa c’è un borsone sportivo. Jonny giocava a calcetto, gli piaceva. Poi però ha dovuto smettere. Per giocare il campionato locale bisognava fare le visite mediche. Dunque stop anche lì. «Inutile allenarsi se poi non puoi giocare», ha detto amaro, «è come coltivare e poi non poter raccogliere ». Ma oltre al tempo libero negato può capitare anche di peggio. «Nostro fratello è stato male », racconta Lilian, «e non sapevamo dove portarlo, in ospedale non potevamo andare. Alla fine siamo andati all’Asl di Lago Patria. Era una semplice febbre, ma avevamo paura fosse qualcosa di più grave». Mentre si fa sera lungo la Domiziana le pattuglie delle forze dell’ordine mandate da Maroni controllano i documenti a qualche automobilista. Lilian, Michael e Jonny nel frattempo si barricano in casa. Sul muro l’unica cosa che li lega alla Nigeria, le foto della madre in abiti tradizionali. In televisione solo un fruscio bianco e nero: «Se mi avessero fatto lavorare questa estate, trenta euro per un decoder li avrei avuti », dice amaro Michael, che sogna un futuro da chimico e non si spiega perché non può avere i documenti nonostante si senta italiano.

 

pubblicato su Terra, il 28/01/2010

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